domenica 15 aprile 2012

Prendimi per mano

Ieri sono stata ad un concerto di pianoforte. Il programma dei brani scelti era ineccepibile eppure le aspettative sono state disilluse. Ho osservato le mani del pianista: sicure dei loro movimenti, eppur meccaniche: non provavano e non lasciavano provare emozione alcuna. 


Questa mattina mi è ritornata alla mente una vecchia citazione, purtroppo presa non so più da chi né da dove:


"Il tratto distintivo dell’uomo è la mano, strumento con cui compie tutte le sue malefatte"




Ho pensato quindi al valore delle mani nell'arte, alla loro capacità di esprimere dolcezza, intrepida forza o dolore estremo.


Basta guardare la delicatezza delle mani dipinte da Roger van der Weyden per comprendere l'eleganza e il nobile contegno della giovane donna ritratta. Le sue mani chiuse, dalle dita affusolate e decorate solo da due sobri anelli, nella loro compostezza anticipano lo sguardo abbassato della ragazza, che sfugge un incontro con il nostro.

Ben lungi dall'imperturbabile decoro del ritratto fiammingo sono le mani chiodate del Cristo crocifisso di Grünewald (dal pannello centrale dell'Altare di Isenheim).
Il dolore straziante per il drammatico momento vissuto su questo Golgota alsaziano si riflette nel corpo deformato e sanguinante del Cristo inchiodato alla croce. Le vene sembrano ancora pulsare, mentre le dita si torcono in una convulsione febbrile e incontrollabile. Attraverso la sola contorsione della mano, il pittore riesce a rendere lo spasmo tragico di quell'istante. Proprio per questa sua capacità espressiva e immediata, quest'opera sarà metro d'ispirazione anche per pittori contemporanei (ad esempio, lo Studio per la Crocifissione di Northampton di Graham Sutherland rivela un'influenza evidente).

Le mani possono rappresentare anche la forza e la determinazione, come in questo dettaglio (che amo alla follia) del Ratto di Proserpina di Bernini, scultura plasmata da movimento e passione. Plutone stringe con violenza la ninfa e le sue dita affondano senza riguardo nella carne della fanciulla, decise a non lasciare la presa.



Ci sono le mani delle vittime della fucilazione del 3 Maggio 1808 ritratte da Goya: mani alzate al cielo a implorare la salvezza. Il ritratto di un'esecuzione che è pretesto per lanciare un grido di libertà.




Ci sono le mani a coprire il volto, forse consapevoli degli orrori commessi, forse semplicemente spaventate per quello che sarà il giudizio divino (dettaglio dal Giudizio universale di Michelangelo nella Cappella Sistina, visitabile anche online al sito dei Musei Vaticani).



Ci sono le mani lignee e spigolose di Egon Schiele, dalle dita lunghe e ossute. Una donna e un uomo si legano in questo abbraccio quasi soffocante: le lenzuola accartocciate, i muscoli tesi, i corpi definiti da linee nervose e dai contorni calcati di nero. Non è un abbraccio erotico fra due amanti ma consolatorio, una sorta di fuga dal mondo carica di un senso di profonda solitudine (proprio in quegli anni Schiele si scontrava con la morte e l'orrore dei campi di battaglia)Eppure nelle mani di lei si rivela qualcosa di nuovo: c'è fermezza e dolcezza, in questo muto abbraccio, destinato a durare il tempo di un sospiro.

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